Vaccino anti Covid-19| Lavoratori no-vax: cosa succede a chi si rifiuta di vaccinarsi?

Cosa succede e quali sono le conseguenze a cui va incontro chi rifiuta di sottoporsi al vaccino anti-Covid?

Il nostro centro di elaborazione paghe vi proverà ad illustrare le diverse strade percorribili per la soluzione del problema, con la precisazione che ogni indicazione di seguito qui fornita deve essere letta ed adeguata alle esigenze specifiche di ogni realtà aziendale.

Partiamo da una prima considerazione.

L’art. 32 della Costituzione prevede che nessuno debba essere obbligato a sottoporsi ad un trattamento sanitario se non per disposizioni di legge.

Ad oggi non esiste una norma giuridica che determini l’obbligo a sottoporsi al vaccino anti COVID-19. Ne consegue che le persone possono leggittimamente rifiutarsi di sottoporsi al vaccino.

Nel momento in cui alla luce del DVR il COVID-19 costituisce un rischio specifico della mansione svolta, il datore di lavoro, ai sensi dell’art. 271 del Testo Unico sul Lavoro (TUSL), deve adottare misure sanitarie e preventive adattandole alle specifiche attività lavorative.

L’articolo 42 prevede che il datore di lavoro, teso ad adottare le misure sanitarie e preventive indicate dal Medico Competente, laddove vi sia una valutazione di non idoneità, adibisca il lavoratore a mansioni equivalenti o in difetto a mansioni inferiori.

Al Medico Competente spetta sicuramente dichiarare l’idoneità del lavoratore a seguito di visita medica preventiva con il fine di contrastare l’assenza di controindicazioni alla mansione specifica a cui lo stesso lavoratore è destinato.

Il datore di lavoro è, quindi, obbligato a porre in essere, oltre alle misure di sicurezza previste da norme di prevenzione, anche quelle dette innominate, ossia quelle che siano suggerite da conoscenze sperimentali o tecniche ovvero dagli standard di sicurezza normalmente osservati.

Risulta, quindi, lecito ritenere che, nell’ottica del citato art. 2087 cod. civ., allo stato attuale della conoscenza, il vaccino rappresenti un mezzo di tutela del lavoratore dal quale non sia possibile prescindere.

Nel momento in cui il Piano di Sorveglianza Sanitaria introduce il vaccino come dispositivo di massima tutela considerato il preciso momento storico in cui ci troviamo, è piuttosto verosimile ritenere che il lavoratore dipendente che si rifiuti di sottoporsi a tale vaccino, sarà rindirizzato al medico Competente per una valutazione della sua idoneità rispetto alla mansione lavorativa svolta.

Esclusa la possibilità di dare avvio ad un licenziamento, il datore di lavoro dovrà verificare la disponibilità di una mansione alternativa a cui destinare il lavoratore e, in caso di oggettiva impossibilità di procedere in tal senso, si potrà sospendere il lavoratore per tutto il tempo relativo alla sua inidoneità. In mancanza del rapporto prestazione/retribuzione, il datore di lavoro potrà valutare di sospendere anche l’erogazione della retribuzione al lavoratore.

In conclusione, ogni singola azienda dovrà effettuare una valutazione della propria realtà considerando tutti i rischi derivanti dalla scelta di mantenere in servizio un proprio lavoratore non vaccinato, così come quelli derivanti dalla sospensione dal lavoro e dalla retribuzione.

Qualora il Medico competente esprimesse un giudizio di inidoneità temporanea alla mansione, il datore di lavoro avrà necessità di attuare tutte le misure necessarie (mansione alternativa, smart working, cassa integrazione, ferie etc) e in caso di oggettiva impossibilità di procedere nei termini sopra, potrà sospenderlo (sospensione sanitaria) per tutto il tempo che perdura l’inidoneità, con possibilità di sospensione della retribuzione.

Per ulteriori chiarimenti, il nostro studio di elaborazione paghe e contributi a Milano resta disponibile.